domenica 22 giugno 2008

ABBADO, COMPLEANNO DI UN GIGANTE

VIENNA - Settantacinque candeline, per Claudio Abbado: un gigante della Musica che come pochi ha saputo dare voce alle inquietudini di un secolo, sorprendendo per il coraggio delle sue scelte innovative e la sensibilità con cui ha saputo centrare il nervo che collega l'Arte con la Società. Il 26 giugno, il Maestro, nato a Milano nel '33 ma con sangue anche siciliano nelle vene, festeggera' 75 anni. Una vita sul podio, un reperorio sterminato, che esegue per lo più a memoria senza spartito, con molte 'incursioni' nel moderno, tutti i classici, sinfonici e operistici, e molte orchestre e festival fondati.

Londra, La Scala, La Staatsoper a Vienna, Berlino: un curriculum come pochi altri. Il mondo della musica, Abbado lo anche abituato a brusche cesure e annunci a sorpresa, volontari e non, piombati con la furia del fulmine sui suoi ammiratori - schiere in tutto il mondo- raccolti in parte del Cai (club degli abbadiani itineranti). Come quando il 13 febbraio '98 annuncio', dalle pagine di un improbabile tabloid di Berlino (Bz) che allo scadere del contratto nel 2002 avrebbe lasciato la direzione dei Berliner Philharmoniker, dove era stato chiamato alla morte di Herbert von Karajan nel 1989. O quell'altra, involontaria, quando nell'estate del 2000, fu annunciato che cancellava tutti i suoi impegni perché era stato operato di cancro allo stomaco. Adesso grazie a Dio il Maestro sta bene, si è completamente ripreso dall'operazione e come unica conseguenza deve solo mangiare poco e spesso, e anche a evitare il freddo e vivere in posti caldi. Cosa che fa alternando i suoi soggiorni fra Bologna, la Sardegna e l'America Latina e Cuba.

A curarlo dalla sua grave malattia, come disse lui stesso in interviste rilasciate quando si era completamente ripreso, è stata la musica: "é stata la migliore medicina". Il male servì anche a rafforzare il legame con i Berliner che a quel tempo non era sempre facile. Quando Abbado lasciò Berlino nel 2002, non solo fu ricoperto di omaggi e onori ma fu sommerso dall'affetto della 'sua orchestra e dei berlinesi: l'ultimo concerto il 26 aprile dell'addio alla Philharmonie a Berlino fu un tribudio di applausi, pioggia di fiori e standing ovations per il Maestro italiano che se ne andava. "Per me la musica non é mai stata carriera, ma amore", qui a Berlino ho imparato la generosità "e ora che me ne vado sono ricco", disse alla cerimonia del conferimento della Gran Croce al merito della Bundesrepublik da parte del Presidente Johannes Rau.

Abbado si concede il lusso di studiare, di scegliersi i concerti che vuole: Italia, Vienna e uno, ogni anno, a Berlino, dove l'ultimo che ha diretto è stato da poco (24 maggio) dopo il terriible incendio che ha colpito la Philharmonie. Il Maestro si trovava peraltro dentro con i Berliner ma per fortuna non è successo nulla né ai musicisti né agli strumenti, e il concerto è stato trasferito all'aperto nella straordinaria cornice della Waldbuehne: un trionfo di musica e di emozioni. Difficile estrapolare i meriti di questo musicista, infiniti: ma al primo posto Thomas Angyan, direttore da circa 20 anni del Musikverein, il tempio della musica a Vienna, residenza dei Wiener Philharmoniker e quinta ogni anno del famoso concerto di Capodanno, mette sicuramente il suo impegno per le giovani leve e la musica contemporanea. "Ha fatto un'opera da pioniere, senza di lui non sarebbe scontato, come è oggi, mettere nei programmi musica della seconda metà del XX secolo, Nono, Rhim, Ligeti, Kurtag", dice conversando con l'ANSA.

La loro è un' amicizia, temprata da 25 anni di assidua frequentazione. Si conobbero nell'83 a Londra e da allora infiniti i progetti assieme. Con tutte le orchestre e iniziative da lui chiamate in vita: l'Orchestra giovanile europea ('78), la Chamber Orchestra of Europe ('81), la Gustav Mahler Jugendorchester ('87), il Festival Jeunesse, Wien Modern e naturalmente anche i concerti con i Wiener prima (li ha diretti peraltro in due Concerti di Capodanno) e i Berliner poi. A settembre Abbado tornerà a Vienna con l'Orchestra di Lucerna (Festival da lui organizzato dal 2003). "Nessuno ha fatto tanto come Abbado per i giovani e la musica moderna", dice Angyan citando qualche perla delle sue celebri interpretazioni: Beethoven, Brahms, Bruckner, Wagner, e Mahler naturalmente le cui esecuzioni sono a suo giudizio delle "poetre miliari". E l'opera non è da meno, aggiunge: Wagner, Mozart, Verdi, Rossini. Nessuno a Vienna ha fatto e rinnovato tanto come lui, e anche a Berlino ha saputo gestire il difficile passaggio del dopo Karajan e ringiovanito molto l'orchestra. "Un passo importantissimo per l'orchestra che ha lansciato in uno stato fenomenale". di Flaminia Bussotti da ansa.it
Adoro Abbado per la sua classe, la sua semplicità, il suo rigore, la sua ineguagliabile abilità nel dirigere al meglio un insieme di solisti che suonano all'unisono come vuole lui che mai stravolge uno spartito musicale a suo uso e consumo come una starlette qualsieasi, ma anzi lo interpreta al meglio, coltivandolo come un fiore esotico, mai banalizzandolo, mai stravolgendolo, mai banalizzandolo.E' il mio direttore d'orchestra preferito, lo considero un vero artista nel suo campo,inarrivabile, ben diverso dello strombazzato Riccardo Muti che , per me non riesce mai a mettere anima nelle opere che dirige, trasformando in deserto piatto tutto ciò che tocca, a differenza di Abbado che da anima, vita, vigore, plasticità e perchè no, modernità ai vari capolavori che dirige.Di lui vorrei ricordare anche l'infaticabile attività a favore dei diseredati, in particolare dei bambini.L'ho visto in un filmato pochi giorni fa,in cui veviva registrata una sua tournè in Venezuela.Qui ha avuto modo di conoscere el coro de Manos Blancas, un coro firnato da ragazzini poco fortunati, portatori di vari Handicap.In particolare è stato davvero commovente vedere come dei bambini sordomuti che vivono in realtà molto degradate, riescono ad interpretare la musica con il movimento di mani coperte da guanti bianchi, come bianche colombe che si lanciano in voli arditi verso la libertà e la gioia che solo la musica, certa musica che prende il cuore e stordisce i sensi e culla la mente, può dare.Il maestro Abbado era felice di parlare di questi ragazzi , rubati audacemente e con metodi alla strada, cui la musica ha dato una ragione di vita e di gioia, sembrava un ragazzino felice mentre ne parlava e , in un certo senso mi ha commosso anche lui.Ecco Abbado è un grande artista ed un grande uomo.Buon Compleanno MAESTRO , sulle note di una sinfonia che amo molto e che, credo, le si addica molto.Grazie per tutto



Ah...eccoli i ragazzi che "cantano " con le mani...


venerdì 16 maggio 2008

E ora vi racconto gli inverni in cui nevicava sangue

Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo uno stralcio tratto dal romanzo di Giampaolo Pansa I tre inverni della paura (Rizzoli, pagg. 567, euro 21,50) che sarà in libreria dal 21 maggio. Dopo i saggi dedicati alla guerra civile, Pansa si cimenta ora con un romanzo che parla del dramma italiano negli anni terribili dal ’43 al ’46, focalizzando il racconto sul cosiddetto Triangolo della morte tra Parma, Reggio Emilia e Modena.

Beniamino Socche era nato a Vicenza il 6 aprile 1890. All’arrivo nella diocesi di Reggio aveva cinquantasei anni appena compiuti. E dunque si trovava nel pieno del vigore fisico e morale. Insediato a Cesena nel 1939, durante la guerra civile aveva rivelato coraggio e fermezza. Non si era risparmiato nel difendere gli ebrei perseguitati e si era scontrato più volte con le autorità fasciste del posto. Meritandosi persino un arresto da parte delle SS tedesche.
Era un uomo alto, massiccio e con un carattere che non sopportava nessuna briglia. Aveva una devozione profonda per Maria Vergine, ma nemmeno la Madonna s’era mostrata capace di addolcire la sua grinta. Chi lo conobbe in quel tempo l’avrebbe poi descritto così: intuitivo, lineare, impulsivo, spesso testardo.
Vedeva come il fumo negli occhi qualunque accordo fra i cattolici e i socialcomunisti. Certo, durante la Resistenza l’intesa era stata utile. Ma adesso la guerra era finita. E per Socche un rapporto non conflittuale con il Pci rappresentava un pericolo per la fede religiosa e una trappola per la Chiesa.
Era stato questo profilo a destinarlo a Reggio Emilia. Socche sembrava fatto apposta per quella diocesi, assediata da un comunismo asfissiante e senza avversari politici in grado di contrastarlo. La Dc aveva una struttura troppo debole per opporsi agli Squadroni della morte. I socialisti andavano al seguito dei comunisti. Gli altri partiti quasi non esistevano. E a Socche risultava inconcepibile che il Pci sedesse in un governo accanto ai democristiani.
Dopo l’assassinio di don Pessina, il vescovo di Reggio si era recato a Roma per incontrare De Gasperi. Riuscì a vederlo mentre usciva, stressato, da un consiglio dei ministri. Socche gli disse: «Presidente, voi governate con i comunisti, ma a Reggio Emilia i rossi ammazzano i preti». De Gasperi allora gli spiegò: «Eccellenza, voi avete ragione. Però la strada è già segnata: prima con i comunisti, poi senza i comunisti, alla fine contro i comunisti».
Nelson ebbe modo di parlare più volte del vescovo Socche con il suo vecchio amico Olindo Canovi, il tecnico delle Reggiane. Cattolico e democristiano, Canovi ammirava Socche e sapeva molte cose di lui. Disse a Nelson: «Ci voleva a Reggio un presule coraggioso, in grado di difendere il suo gregge dai lupi».
Canovi raccontò a Nelson come si era mosso Socche nelle ore successive all’assassinio di don Pessina. La sera del 18 giugno, appena informato dell’omicidio, il vescovo si era fatto portare a San Martino di Correggio. Il corpo del parroco stava ancora riverso a terra. Un fazzoletto bianco, annodato sul capo, gli teneva fermo il mento. Socche s’inginocchiò accanto al prete, lo baciò sulla fronte, giunse le mani e cominciò a pregare.
«Quando si è rialzato» raccontò Canovi a Nelson, «chi gli stava vicino si è accorto che il vescovo piangeva. Ma il suo non era un pianto di paura o di disperazione. Bastava guardarlo negli occhi per capire che, da quel momento, non avrebbe dato tregua a chi gli aveva ammazzato don Pessina.«Socche ha voluto celebrare lui il funerale del parroco. Nella chiesa la gente era poca. Molti erano rimasti a casa per paura di quelli che tu chiami gli Squadroni della morte. Il vescovo ha preso la Bibbia e letto ad alta voce un passo adatto al momento. Era quello che parla della maledizione di Dio per coloro che toccano gli unti del Signore.
«Il giorno seguente era la festa del Corpus Domini» continuò Canovi. «Alla processione di Reggio è andata una folla di fedeli. Nel duomo gremito, Socche ha spiegato che cosa aveva intenzione di fare: “Io renderò noto a tutti i vescovi del mondo il regime di terrore che il comunismo ha creato in Italia!”».
Nelson apprese da Canovi le decisioni di Socche. Come primo atto, aveva scomunicato gli assassini di don Pessina, compresi i mandanti. Riservando soltanto a se stesso l’assoluzione eventuale. Quindi proibì tutte le processioni esterne alle chiese e agli oratori nei vicariati foranei di Correggio, di Canolo e di San Martino in Rio. Infine inflisse l’interdetto alla parrocchia di San Martino in Piccolo.
«Che cos’è l’interdetto?» domandò Nelson.
«Nel diritto canonico» gli spiegò Canovi, «è una pena spirituale inferiore soltanto alla scomunica. Dopo l’interdetto, nella parrocchia che era stata retta dal povero don Pessina non si poteva più celebrare la messa, confessare e comunicare i fedeli e nemmeno tenere funerali religiosi».
Il vescovo Socche aveva cominciato una battaglia destinata a proseguire per anni, con risultati controversi. Il suo obiettivo era esplicito: opporsi al comunismo, e non soltanto a quello reggiano. A proposito di Reggio Emilia disse: «Non è questo popolo buono e affettuoso che assassina e massacra la gente. Ma è soltanto un piccolo branco di malviventi che hanno già perduto l’ultimo brandello di coscienza. Insudiciati di sangue umano sino ai capelli. E accecati dall’odio e dall’interesse, che li hanno fatti diventar belve assetate di sangue».
Poi, sempre più esasperato, confessò: «Ho giurato a me stesso che don Pessina è l’ultimo prete che mi ammazzano. Il prossimo sarò io. Li costringerò a suicidarsi per la disperazione, questi assassini!».
Togliatti conosceva le circostanze dell’omicidio di don Pessina. E in che modo si era mosso subito dopo il vertice del Pci reggiano e quello dell’Anpi. Da un delitto terribile e senza motivo era venuta una catena di errori grossolani e privi di scusanti: il rifiuto di denunciare chi aveva sparato, la diffamazione del sacerdote, l’incapacità di impedire gli omicidi successivi e di nuovo la scelta di coprire i responsabili. Un caos voluto o subìto dai capi del Pci di Reggio. Quasi una congiura contro il partito, messa in atto da dirigenti del partito.
Infine c’era il problema di quel vescovo. Per Togliatti non era difficile prevedere che, attorno a monsignor Socche, si sarebbe raccolta un’opposizione sino ad allora quasi inesistente in città e nella provincia. Un partito informale, ben più forte della Dc reggiana. In grado di ingaggiare una guerra senza quartiere contro il Pci di Reggio e il vertice nazionale comunista.
Mentre partiva da Roma, Togliatti aveva le mani libere da impegni ministeriali. Con la nascita del secondo governo De Gasperi, si era spogliato del ministero della Giustizia. Per trasferirlo a un compagno fidato, Fausto Gullo, un avvocato calabrese, a suo tempo tra i fondatori del Pci. Adesso era il partito la prima e unica cura del Migliore. E a Reggio avrebbe dimostrato come intendeva guarirlo da quella che era stata chiamata «la nevrosi del mitra».Togliatti arrivò a Reggio Emilia nella tarda mattinata di lunedì 23 settembre 1946. E si recò a casa del sindaco Campioli che si era offerto di ospitarlo. Qui gli portarono i giornali emiliani e lui cominciò subito a sfogliarli.
Il leader del Pci considerava molto importante la carta stampata, l’unico media efficace allora esistente. Si occupava dell’Unità, il quotidiano del partito, con una cura costante, quasi maniacale. Però leggeva con altrettanta attenzione i fogli avversari. La propaganda comunista li considerava cartaccia. Ma non era questa l’opinione del Migliore.
Tra i giornali che gli portarono a casa di Campioli, trovò di certo gli ultimi numeri della Nuova Penna. Quello di luglio e i due di agosto. Togliatti si rese conto che non era per niente «un libello sedicente indipendente». A bollarlo così era stato il prefetto Chieffo, spesso attaccato dal giornale di Eugenio e di Giorgio che lo ritenevano troppo tenero verso i comunisti.
Togliatti considerò accigliato le prime notizie sulle fosse clandestine scoperte in provincia. E gli ci volle poco per fare due più due. L’omicidio di don Pessina, il delitto Farri, l’emergere delle sepolture segrete, la guerra scatenata dal vescovo Socche, le velleità rivoluzionarie del vertice comunista reggiano e l’esistenza di incontrollabili nuclei di killer rossi: ecco un ginepraio di quelli rognosi. Zeppo di faccende molto pericolose. E foriere di guai anche più pesanti. Dunque s’imponeva un repulisti duro, molto duro.
La purga venne annunciata nell’incontro più importante delle tre giornate reggiane di Togliatti. Si tenne la sera dello stesso lunedì, sempre nell’abitazione di Campioli. Il peso di quel vertice era testimoniato dall’elenco dei dirigenti che il leader del Pci aveva deciso di convocare e di strigliare.
Venivano dalle tre province dove la seconda guerra civile era la più sanguinosa. Oltre a Campioli, c’era il sindaco di Bologna, Giuseppe Dozza. E quello di Modena, Alfeo Corassori. Insieme a loro tre dirigenti della federazione reggiana. Il primo era Nizzoli, il segretario fuori di testa. Insieme a lui, il Migliore aveva voluto incontrare Osvaldo Salvarani e Riccardo Cocconi. Quest’ultimo era un comandante partigiano garibaldino che aveva inutilmente tentato di far accettare da Nizzoli un documento di condanna del delitto Mirotti.
Qualcuno si aspettava di veder arrivare anche l’altro padrone di Reggio: il compagno Didimo Ferrari. Ma per il leader comunista, Eros era soltanto il presidente dell’Anpi, dunque un signor nessuno o quasi. E non si curò di convocarlo.
Togliatti aveva sotto gli occhi il bilancio sanguinoso del dopoguerra in quelle tre province. Si trattava di un conto ancora parziale, per due motivi. Il primo era che l’epoca dei killer trionfanti non poteva dirsi conclusa. Il secondo era che nemmeno il vertice del Pci conosceva con esattezza le dimensioni delle mattanze compiute dopo la liberazione.
Tuttavia, anche i rendiconti incompleti apparivano terrificanti. A Bologna e nella sua provincia risultavano uccise almeno 770 persone. A Modena e nel suo territorio gli assassinati erano 890. A Reggio, infine, le vittime della seconda guerra civile erano 560, e forse di più. In totale i cristiani accoppati risultavano 2220, secondo un calcolo prudente e parziale.
Nel settembre 1946 Togliatti aveva cinquantatré anni, sempre vissuti perigliosamente, soprattutto nella fase dei grandi processi staliniani. In quell’epoca di terrore, Togliatti viveva a Mosca, all’Hotel Lux. E non aveva battuto ciglio neppure quando la polizia segreta sovietica si era portata via suo cognato, Paolo Robotti, e tanti altri comunisti italiani. Tutti compagni poi fatti uccidere da Stalin o mandati a morire nei gulag. Robotti era uno dei pochi a essersi salvato.Sotto la sferza staliniana, il Migliore aveva apprezzato l’importanza del cinismo e della durezza d’animo. Due doti che non gli facevano difetto. E che lo avevano aiutato a superare prove assai più aspre di quella riunione in provincia. Un incontro che lui risolse alla sua maniera: con rapidità e freddezza.
Del vertice a casa Campioli non si seppe quasi nulla. Nessun verbale venne steso. O se ci fu, è sempre stato tenuto segreto. Come segrete rimasero le testimonianze dei presenti nell’alloggio del sindaco di Reggio. Ma è facile immaginare che cosa disse Togliatti, con la sua voce chioccia e il tono gelido del professore che annuncia agli allievi una bocciatura in blocco.
Il primo ordine che impartì fu di smetterla di uccidere. Nessuno dei delitti commessi nelle tre province emiliane era utile al partito. E meno che mai alla rivoluzione, per chi ci credeva. Poi censurò in modo pesante l’operato della federazione di Reggio e della sua struttura periferica. Nell’ipotesi meno grave, non avevano saputo impedire i delitti. In quella più grave, li avevano ordinati e coperti.
Dunque, il Pci reggiano si era macchiato di due colpe pesanti: un’insufficienza assoluta nella vigilanza e una stupidità politica che non ammetteva scuse. Le conseguenze erano inevitabili. Il vertice del partito reggiano doveva essere rimosso. A cominciare dal segretario della federazione. Il repulisti avrebbe avuto una cadenza lenta, per non offrire pretesti alla polemica degli avversari. Ma ci sarebbe stato, entro la fine di quell’anno o al più tardi all’inizio del 1947.
Nizzoli capì che la sua sedia aveva iniziato a scricchiolare. Però accettò le critiche di Togliatti senza reagire. Mantenne la stessa espressione impassibile, quando il segretario del Pci lo censurò in modo aspro, sia pure senza nominarlo. Accadde due giorni dopo, alla Conferenza di organizzazione del partito reggiano. Il Migliore accusò Nizzoli e compagni di aver creato una condizione di disordine insostenibile. I risultati elettorali e del tesseramento attenuavano soltanto di poco il danno politico e d’immagine per il partito. Poi concluse, gelido: «È più facile dirigere un’unità partigiana in combattimento che non una grande federazione di quaranta o cinquantamila iscritti».
Gli effetti della visita reggiana di Togliatti si fecero subito vedere. Gli Squadroni della morte smisero di sparare. E di delitti eccellenti non ne vennero più commessi. Eppure anche questa tregua improvvisa andò a discredito del partito. Infatti apparve a molti un’ammissione di colpa.da ilgiornale
Ho voluto riportare integralmente sul mio blog questi passi tratti dall'ultimo lavoro di Pansa, per ricordare il sangue dei vinti e per sottolineare questo brano tratto dal riformista
Brontola, Giampaolo Pansa, come Barney Panofsky. L’intercalare all’inizio di questa conversazione con il Riformista è lo stesso del protagonista della Versione di Richler: «Cazzo ditelo una volta per tutte quello che è successo in quegli anni tremendi». Si rivolge, l’editorialista del gruppo Espresso-Repubblica, agli eredi del Pci finiti nel Partito democratico e aggiunge: «Veltroni ma anche Franceschini e D’Alema dovrebbero invitarmi al Loft per farmi tenere una lezione sul revisionismo intelligente. Solo così capirebbero perché la gente ancora non si fida di loro. Non si fida anche perché continuano a non dire la verità sulla Resistenza. Non solo: quando hanno poi capito che stavano perdendo le elezioni in Italia e a Roma, hanno rispolverato la retorica dell’antifascismo gridando alla marea nera che stava avanzando. Ma quale fascismo che torna! Basta con queste stupidaggini».
Fabrizio d'Esposito
dailriformista
Forse la guerra civile italiana, dopo la grande vittoria di Berlusconi è finita, forse e anche di questo dobbiamo rendere merito al cavaliere, uno che il suo posto nei libri di storia ormai se lo è assicurato e non è impresa da poco alla faccia dei Travaglio e della restante banda dei 4, gente che sa solo odiare e demolire, biliosa e rancorosa, lupi travestiti da agnelli.Bruta cosa vivere nell'invidia e nel rancore

sabato 5 aprile 2008

Bette Davis Eyes

E ricordandola come dimenticare questa canzone...



Qui sotto, invece recita LEI Bette, in Eva contro Eva



Qui sotto , invece c'è una sorta di the best of Bette Davis



Qui invece recita con Joan Crawford in : What Ever Happened to Baby Jane?



Grande vero?

Bette Davis, 100 anni fa nasceva una "stella"

"She got Greta Garbo stand off sigh, she's got Bette Davis eyes". Sospira come Greta Garbo, ha gli occhi di Bette Davis, così cantava Kim Carnes all'alba degli anni '80. Il ritornello sullo sguardo della leggendaria attrice americana non bastò a rendere immortale il nome della cantante. Fu, però, sufficiente a proiettare ai vertici delle classifiche di tutto il mondo una canzone dalla melodia accattivante, arrangiata con cura. Forse un po' della magia della vecchia star, alla quale stava rendendo omaggio, si era posata anche su di lei. Dopo tutto, l'ultrasettantenne Bette volle incontrare questa sconosciuta artista. Secondo quanto si racconta, infatti, la sua nipotina non aveva mai immaginato di avere una nonna tanto importante e famosa, fino a quando non ascoltò il brano…
La protagonista della canzone di Kim, che sa sospirare come la Garbo e che ha il viso incorniciato da una chioma simile a quella della "bionda di platino" Jean Harlow, della Davis ha, invece, lo sguardo.
Di meglio non poteva prendere. Quegli occhi sporgenti dalla luce ambigua, capaci di sedurre e confondere, sono la prima cosa che balza alla mente, ripensando all'attrice. Per il resto, d'altra parte, non si può dire che fosse una bomba sexy. Una donna minuta, con i lineamenti del viso irregolari, insomma non bella o, per lo meno, non nel senso convenzionale del termine. Al punto che proprio lei, destinata poi a divenire famosa per le battute sprezzanti rivolte agli altri, è oggetto, all'inizio della carriera, di un celebre commento tagliente di David Warner. Come viatico, al momento di scritturarla, il produttore infatti le confida: " Hai il fascino di Stanlio e Ollio messi insieme, ma ti prendo per il tuo talento". E' il 1932 e la giovane attrice ha appena firmato un contratto di sette anni con la Warner Bros.
Per loro realizzerà alcune delle sue più grandi interpretazioni. Segno che David, in fondo, ha visto giusto, almeno sul talento. Quello che, forse, non ha ancora notato è il terribile carattere del suo ultimo acquisto.
Ambigua, pungente, intrattabile, così diversa dalle altre dive, a Hollywood è un corpo estraneo. In un epoca di bambole dolci, remissive e piene di curve, una donna dalla personalità fortissima e indomabile come lei è quasi un'aliena. Ma sa recitare come poche altre e questo la mette subito sulla strada che la porterà a girare oltre cento film e a vincere due premi oscar.
Ruth Elizabeth Davis, al secolo Bette, deve il suo soprannome alla protagonista di La cugina Betta di Honorè de Balzac, che, come qualcuno farà poi notare, mostra alcuni segni caratteriali comuni a quelli dell'attrice. E' la madre, dopo aver letto il libro, ad incominciare a chiamarla con quel nome che le resterà addosso per tutta la vita. Nata il 5 aprile del 1908 a Lowell, Bette Davis scopre la passione per la recitazione dopo aver studiato per qualche anno danza. Respinta dall' Eva LeGallienne's Manhattan Civic Repertory, sempre per via del suo temperamento, si iscrive alla John Murray Anderson's Dramatic School, dove ha Katharine Hepburne per compagna di studi.
Il primo film con la Warner è The Man Who Played God di John Adolfi. Il successo, però, arriva l'anno seguente con Schiavo d'amore, la pellicola che le offre, per la prima volta, il ruolo di donna perfida e glaciale con il quale sedurrà pubblico e critica di tutto il pianeta. L'Oscar, che le viene negato in questa occasione, non tarda comunque ad arrivare. Nel ‘36 vince il premio con Paura d'amare e, tre anni dopo, bissa l'impresa con Figlia del vento. Quest'ultima pellicola la vede protagonista dopo che il ruolo di Rossella O'Hara, in Via col Vento, era stato affidato a Vivien Leight, invece che a lei.
Lasciata la Warner, Bette non interrompe la straordinaria serie di grandi interpretazioni e, nel 1950, realizza quello che alcuni considerano il suo capolavoro: Eva contro Eva. E' un'altra straordinaria prova di talento. L'attrice quarantacinquenne veste, ora, i panni di una star sul viale del tramonto, alle prese con una giovane collega pronta a rubarle la scena. Il film, che le procura una nuova nomination per l'Oscar e una Palma d'oro a Cannes, corona un decennio costellato di successi. E' un apice, però, che segna anche l'inizio del declino. E. per tutti gli anni cinquanta, Bette parteciperà a pellicole di basso livello, arrivando a rifugiarsi sempre più nel teatro.
Nel 1962, è costretta a constatare, con amara ironia, di essere stata quasi estromessa dal mondo del cinema. Lo fa alla sua maniera, pubblicando una sarcastica inserzione su di una rivista specializzata. "Madre di tre bambini di 10, 11 e 15 anni-scrive- divorziata, americana, trent'anni di esperienza come attrice cinematografica, versatile e più affabile di quanto si dica, cerca impiego stabile a Hollywood. Bette Davis, c/o Martin Baum, Gac. Referenze a richiesta".
La sua carriera sembra ormai giunta al capolinea, invece, anche se lei ancora non lo sa, la rinascita artistica è dietro l'angolo. Nello stesso anno, infatti, viene chiamata ad interpretare Che fine ha fatto Baby Jane?,capolavoro del grand-guignol cinematografico a metà strada tra dramma e horror. Ironia della sorte, Bette si trova a recitare a fianco dell'odiata Joan Crawford che aveva, a suo tempo, liquidato con una terribile battutaccia. "A parte il cane Lassie- aveva sentenziato- è stata a letto con tutti i maschi della Mgm".
Nel ruolo dell'ex-bambina prodigio instabile , sull'orlo della follia, che vessa la sorella paralitica, la Davis mette in mostra ancora una volta la sua bravura, ritrovando applausi e consensi in tutto il mondo.
Negli anni a venire si dividerà tra cinema e televisione. Gira un altro film vicino al filone horror (Piano… piano, dolce Carlotta), e partecipa perfino ad una produzione italiana: Lo scopone scientifico. Nel cast figura anche Alberto Sordi, che lei , tanto per non smentire la fama di donna difficile e bisbetica, non esita a definire "antipatico, maleducato e provinciale".
Negli anni della vecchiaia deve fare i conti con una salute fragile. Operata di tumore al seno nell'83, viene poi colpita da un ictus e da un infarto. Tutto questo non le impedirà di recitare fino alla fine, partecipando ancora, nel 1988, al film Strega per un giorno. Neanche un anno dopo muore a Parigi. E' il 6 ottobre 1989.
All'anziana attrice, però, il destino, prima di far calare il sipario, aveva concesso un ultimo applauso. Il tempo di ritirare un premio alla carriera che, pochi giorni prima, le era stato assegnato dalla giuria del Festival di San Sebastiano.di Marco Barbonaglia da
Ilsole24ore
Bella Bette Davis non era certamente e, in più il suo modo di porsi sempre ribelle, autoritario, arrogante in un certo senso , mai compiacente, nè servizievole, certamente non le procurava simpatie, oltretutto, quando voleva era davvero maledettamente brava.Non tutti i suoi film mi sono piaciuti, in qualcuno interpretava parti mielose, lacrimevoli, avrebbe dovuto rappresentare la moglie magari un filino capricciosa, ma perfetta , insomma tutti caratteri che non erano nelle sue corde.Per esempio nella Figlia del vento non mi è piaciuta affatto: bamboleggiava troppo nella parte di una donna ammiratissima e corteggiatissima.Per me era fuori ruolo perchè certamente non aveva nè la grazia, nè l'impertinenza, nè la luminosa bellezza di uno splendido incarnato su cui spiccavano i magnetici, famosissimi, occhi verdi di Vivien Leight.Devo dire che i produttori di Hollywood avevano buon naso. Bette sarebbe stata ridicola nell'interpretazione di una femme fatale, arrampicatrice sociale ma con un fascino fresco e frizzante, una ragazza provinciale in carriera terribilmente intrigante , maliarda e bugiarda, che , però,è troppo deliziosa per non essere ammirata.
Era troppo intelligente Bette, conscia del suo talento, troppo indipendente per poter riuscire in certe parti che i registi riservavano alle eroine femminili dei loro film.Non oso immaginare il rapporto che avrebbe avuto con i registi di oggi e soprattutto con i produttori di oggi che preferiscono fare soldi a palate con bambole siliconate dall'intelligenza e talento impalpabili, piuttosto che puntare su attrici decisamente bruttine, ma di temperamento, bravissime nella difficile arte della recitazione .E del resto oggi "recita" una Bellucci per cui credo che Bette avrebbe veramente fatto fatica ad emergere, anche se sono certa che sarebbe comunque riuscita ad imporsi, tropo brave e grintosa per non riuscire.Qui c'è la sua biografia, e Qui c'è la sua filmografia: ne ha girati tanti di film,non tutti riusciti , ma tutti in un certo senso illuminati dalla sua presenza, dai suoi grandi e vellutati occhi che scavavano dentro ,anche quando era clamorosamente fuori parte.Il film in cui mi è piaciuta di più è stato il grandioso Eva contro Eva in cui era perfetta per la parte e giganteggiava su tutti gli altri coprotagonisti con una bravura inarrivabile, era Bette Davis del resto che , iniziando il viale del tramonto intepretava Bette Davis, non improbabili bambole durante la guerra di secessione o donne capricciose che cambiano con l'amore e muoiono per un tumore cerebrale.E mi è piaciuta molto anche in Angeli con la pistola, bellissima pellicola di quel grande affabulatore che era Frank Capra, il mio regista americano preferito per come sapeva mascherare da favole il malcostume, la grettezza,la corruzione, il razzismo dell'America provinciale dei suoi tempi che in parte è la stessa di ora.Bette intepretava con classe ed eleganza il ruolo di una vecchia mendicante con una figlia che non sapeva che la madre fosse una povera barbona.
A ripensarci: che cinema quello dei tempi di Bette Davis, raccontava storie, commuoveva, faceva ridere, faceva pensare, aveva attori fantastici...cosa è rimasto ora di quel cinema nei nostri tempi in cui dominano gli effetti speciali, le bombe del sesso che non sanno recitare una battuta e i fantoccini palestrati?

venerdì 28 marzo 2008

Chopin Nocturne Op. 9 n. 2


Serata malinconica questa, anche se finalmente è venerdì..il tempo passa inesorabilmente e si vorrebbe fare tanto, costruire tanto,realizzare tanto...non è possibile, la realtà è quella che è, dura, fredda e lacerante..Cosa può lenire la malinconia ed accarezzare il cuore?Ma un notturno di Chopin struggente e dolcissimo come questono?Una soffice nuvola di musica su cui adagiarsi e sognare..

Studiare, per almeno 12 anni, allunga la vita

Si vive sempre di più, ma sembra che a beneficiare di questo trend siano solo i più colti e istruiti. Per la precisione, quelli che hanno studiato almeno 12 anni. E' il risultato di uno studio americano, firmato dai ricercatori dell'Harvard Medical School e dell'Harvard University, pubblicato sul Journal of Health Affairs e ripreso da Repubblica Salute.

«Gli studiosi del gruppo di David Cutler - si legge nell'inserto settimanale - hanno scoperto che chi studia per oltre 12 anni ha un'aspettativa di vita significativamente più lunga, rispetto a quanti non sono andati oltre le superiori. "Ci piace pensare - afferma Cutler - che, se un Paese diventa più sano e longevo, tutti ne beneficino. Ma noi abbiamo scoperto che non è proprio così"».

«Per fotografare il fenomeno - conclude Repubblica Salute - il gruppo ha combinato i dati relativi ai certificati di morte, con il censo stimato e i numeri dello studio nazionale americano sulla mortalità. Così, restringendo le analisi alla popolazione bianca e ispanica, il team ha creato due serie separate di dati, una relativa agli anni 1981-88 e l'altra al 1990-2000. In tutti e due i periodi l'aspettativa di vita negli Stati Uniti è aumentata per chi aveva fatto oltre 12 anni di studio, restando praticamente stabile per chi ne aveva fatti di meno.da
edott.it
Interessante questo studio,anche perchè si sa che studiare, mettere in moto le cellule grigie, ritarda l'involuzione senile del cervello e fa conservare più a lungo raziocinio e lucidità.Chissà se anche in Italia esiste lo stesso fenomeno, anche perchè c'è da chiedersi quanti da noi continuano a studiare ed aggiornarsi per lungo tempo..Chissà..Ho il timore che troppi da noi facciano ben altro, tipo rimbambirsi al PC o ascoltanto l'iPod

sabato 22 marzo 2008

Pasqua di gioia - 2008


Buona Pasqua a Tutti.Cristos Anesti!